Su Olinda il passato ha lasciato una singolare impronta. Quel che
impressiona è il raggomitolarsi su se stesso del corso del tempo come se ogni
evoluzione o nuova tendenza dell’umano operare rimandasse al contemporaneo, ad
avvenimenti recenti, alle consolidate pratiche di una quotidianità molto
vicina. Se nelle città si costruisce seppellendo continuamente il passato,
lasciando testimonianze di un collage linearmente causale, a Olinda molto
spesso ci s’imbatte in paradossi anacronistici. Ogni appiglio, ogni indizio
temporale non offre un referente certo, un punto fermo nell’ordinata dei tempi
bensì, puntando a tutt’altri percorsi, riesce a sguisciare dal passato per
riempirsi di significato in un contesto incredibilmente attuale.
Nel corso di queste poche riflessioni che tratteggiano a fatica frammenti
di un percorso parziale, si imporranno
evidenti temi quali lo sfruttamento patologico ed insensato della natura,
l’inevitabile sincretismo dei culti nei segni e nei simboli delle epoche di
crisi, il bestiale asservimento dell’uomo sull’uomo, l’affermazione della
tecnologia alimentata da quella degradante idea di progresso e soprattutto la
nascita di quella pratica che nell’accumulo dei beni e nella conseguente
attribuzione di valori vede il paradigma dell’odierna prassi capitalistica.
Tutto questo attraverso una serie d’avvenimenti che vedono, incredibilmente,
Olinda come assoluta protagonista della storia moderna.
E’ guardare allo specchio dei nostri tempi, constatare come da qui si è
venuta a snodare tutta una teoria d’accadimenti chiave, di precedenti illustri
per la loro radicale incidenza, per l’immane portata. Tali capitomboli del
tempo, vere e proprie vertigini del divenire, rimandano surreali all’Olinda
città-invisibile di calviniana memoria che si auto-referenzia di continuo
attraverso il suo spazio. Qui invece sono i segni dei tempi che si intrecciano
e si scambiano senza soluzione di continuità tra presente e passato. Talvolta
il salto s’innesca osservando una targa in pietra sulla facciata di una chiesa,
ma a stare attenti può succedere anche attraverso il
profumo di una pietanza o ancora ascoltando un ritmo
che ci investe proveniente dalla piazzetta vicina: l’osservatore si sente parte
di un tutto immaginandosi immerso in un certo periodo storico e, di repente,
ecco un dettaglio, ogni pensiero scivola via a incagliarsi nella
contemporaneità.
Antica capitale dei tropici, Olinda ha vissuto un periodo di splendore,
centro febbricitante di tesori e tecnologie. Il turista, che oggi passeggia
nella città sonnecchiante, cerca semplicemente un po’ di quiete fra mura
antiche o un semplice riparo dalla calura estiva. Ma è pur sempre dall’idea di
progresso e dalla sua pesante incombenza che ci si trova a cercar riparo in un
convento. Si lasciano le palme secolari dalla Praça do Carmo, tenendo a
destra per salire la Ladeira de São Francisco alla ricerca di un
nascondiglio ospitale: il cortile interno di Nossas Senhora das Neves
ovvero Nostra Signora delle Nevi, il chiostro di azuleios che descrivono
la vita del Santo d’Assisi.

Immaginarsi quegli emuli dell’umbro sapiente, l’amico dei lupi, frati di un
ordine ormai potente ed ambizioso ai tempi della Conquista, tre secoli
dopo la dipartita di San Francesco… Si trovavano a pregare fra queste mura di frate
sole e sorella luna in idioma lusitano. L’unica incongruità pare nel nome
del tempio, che richiama valli lontane e temperature qui sconosciute. Le due
braccia intrecciate di palme e stigmate, così come la gran croce fuori dal
tempio sono comuni agli edifici dei frati francescani: è come se il sacro
uscisse fuori della chiesa e irradiasse mistico all’esterno. A Olinda, come in
tutto il nordeste brasileiro, la croce era il bastione che delimitava il
terreiro di Cristo dalle zone di competenza profana, dalle mãe di
santos, sacerdotesse di rituale animista: Africa e candomblè.
Ma già innanzi alla facciata qualcosa non torna. La scritta che domina uno
degli ingressi riporta 1754, piena epoca dei lumi. Del resto lo stile che
contorna le finestre tradisce un tardo barocco, dal portoghese barroco
ovvero perla irregolare. Non è proprio quello che ci si aspetta dal primo luogo
di culto fatto erigere da frati francescani da questo lato dell’Atlantico. Si apprende dalle guide che la costruzione del
primo convento terminò nella seconda metà del cinquecento. Del resto,
interminabili scavi diretti dell’indigena sovrintendenza, tentano da molto
tempo di riportare alla luce fondamenta di più antiche vestigia.
Così come il convento di Nossa Senhora das Neves tutte le belle
chiese d’Olinda son rifacimenti. Talvolta i canoni
architettonici riflettono l’espressione di diverse maniere, ma la data di
ricostruzione volge attorno al medesimo periodo. Dopo un disastro, le
amministrazioni locali cercano la maniera più simbolica ed immediata per voltar
pagina ripristinando le opere e i luoghi densi di significato, un modo per
rialzar la testa dopo un periodo scuro. Solo le antiche case sulla Rua do
Amparo sono rimaste indenni alla distruzione, così come l’arcigna chiesa di
São João Batista dos Militares. L’accanimento nella distruzione
delle chiese aveva senza dubbio un significato simbolico. Del resto in nessun
altro posto come in questo, le chiese cattoliche hanno rivestito un così
peculiare valore.

Gesuiti, francescani, carmelitani e benedettini arrivati ad ondate sulle
navi mercantili dalla penisola iberica lanciavano dal morro di Olinda,
già nella prima metà del cinquecento, la più massiccia campagna di
evangelizzazione mai vista e costruivano conventi e cattedrali. Spagna e
Portogallo, braccio armato di Santa Romana Chiesa, erano i fautori in armi del
nuovo ordine mondiale: Ingazio di Loyola, la Compagnia di Gesù,
il Sant’uffizio… Tutta una popolazione d’indigeni da convertire, con le
buone o le cattive, gli abitanti di una terra che ancora non s’intuiva quanto
potesse essere grande. I due regni si spartiscono la Conquista lasciando
tracciare al Papa, arbitro in terra dei voleri
celesti, una linea immaginaria contando cento leghe ad occidente dalle
isole di Capo Verde (il trattato di Tordesillas del 1495): a ponente di
quella, la terra spetta al regno del Portogallo e a levante, agli spagnoli.
La guerra Santa agli infedeli varca così l’Atlantico per infuocare il
continente sudamericano, mentre in Europa, cacciato l’invasore islamico, per
tutto il secolo sedicesimo si susseguono le guerre di religione a causa
d’infuocati dissidi interni: riforme e controriforme. La fede, benzina sul
fuoco, alimento di furore necessario alla creazione di un nuovo ordine, il
paradigma di rinnovati poteri: l’Europa della Conquista dava l’addio definitivo
a cavalieri, castelli, vassalli e ai sacri romani imperi. Vacilla l’antico
status feudale, si generano nuovi soggetti, classi dominanti in cerca di sacre
legittimazioni. Gli odierni stati nazionali, l’allora espressione del nuovo
ordine mondiale, nascono da questi incendi pretestuosi, dissidi religiosi e
guerre di cent’anni, per diventare gli unici potenti organismi in grado di
finanziare nuovi conflitti e le spedizioni della Conquista d’oltre oceano.
Obbiettivo dei portoghesi attraverso le colonie era soverchiare i commerci
di Venezia; le potenti famiglie genovesi hanno, del resto, un ruolo
fondamentale nell’innescare la Conquista. Gli arabi cacciati dall’Europa
cristiana mantenevano il monopolio sui prodotti d’oriente che vedevano turchi e
veneziani come importatori unici. Occorreva circumnavigare l’Africa per
aggirare le rotte dei mercanti infedeli. L’impresa colossale riuscì: i lusitani
rompono l’egemonia araba, affondano la grandezza della Serenissima e
conquistano le remote coste d’oriente; a Macao, Goa, Bombai e Batavia si
parla portoghese. Insomma, del sud-america inizialmente ai portoghesi non
importava un bel nulla. D’oro sulle coste del Brasile non se ne trovava e il
metallo prezioso era l’unica cosa che interessava i mercanti d’oriente che
avevano tutto, mentre l’Europa prima della Conquista era terra di
poveracci. Dalla dissoluzione dell’impero romano, il vecchio continente non
teneva il passo con l’oriente. L’Europa, tormento di malaria, tifo e peste; e
fame, e guerre di cent’anni... Conquista e Rinascimento son gli
spartiacque, i primi conflitti fra nazioni, gli embarghi commerciali, la
polvere da sparo…
In questo clima nella penisola iberica abitano quelle genti europee che per
secoli hanno praticato l’arte nefasta della guerra, sulla propria terra, contro
un nemico irriducibile e preparato. Dall’Islam appresero tecniche di
combattimento, conoscenze scientifiche e tecnologia, soprattutto in campo
navale. Le famose caravelle erano mutuate dalle karabe arabe; pure sulla
famosa spedizione guidata da Cabral c’erano naviganti del mar d’Arabia e
dell’Oceano Indiano con bussole e cannocchiali. Da Marco Polo fino al
periodo della Conquista i viaggi intercontinentali erano sì numerosi, ma
tutti verso oriente, i piedi ben saldi sulla terra ferma, a macinare chilometri
e chilometri, sulle piste dell’Impero del Gran Kahn o sugli itinerari
dei pellegrini, Santiago di Compostela, Reims, Bari e Gerusalemme.
Venivano dall’Islam i cacciatori dei venti, architetti di vele che
imbrigliano l’aliseo che soffia da est, che allontana dalla costa
d’Africa, per acque ignote. La canna da zucchero trapiantata in Brasile
proveniva anche questa dal medio oriente, dalle coste del Libano. Le
piantagioni, dapprima a ridosso della costa e lungo i fiumi del bacino del Rio
San Francisco, si spostarono via via verso l’interno, con il progressivo
costruire degli engenhos. La salutare pratica della rotazione, nella
monocultura della Conquista, non era semplicemente prevista e così si
bruciavano chilometri di foresta per far posto alle piantagioni: lo zucchero,
la nuova specialità per le corti d’Europa.
Non è per fare dello storicismo, che tanto la vera immagine del passato guizza via… e rimangono solo fantasmi
di pietra sotto la salvaguardia dell’UNESCO con l’etichetta patrimoni dell’umanità… Ma, ci si
chiede, è ancora possibile tra queste mura, sentire l’eco di quella
determinazione? Cogliere tracce di Fede e Conquista? Come nei
sermoni infuocati di padre Antonio Veira…
Senhor, os Reis
sao vassalos de Deus,
e se os Reis nao
castigam os seus vassalos,
castiga Deus os seus...
…tutto contrasta in modo imbarazzante con l’innocua quiete dell’Olinda
turistica. Olio di balena e pietra pomice è quel che rimane da tutelare.
Mentre a Roma Michelangelo dava le ultime scalpellate alla Pietà
per la nuova San Pietro si moltiplicavano le ardite missioni d’oltre
Atlantico. Come non paragonare queste spedizioni verso l’ignoto agli attuali
viaggi spaziali? L’audacia e la determinazione di varcar la curva
dell’orizzonte, là dove il nostro cielo già non surgea fuor dal marin suolo,
come per l’Ulisse della Commedia.
E, por falta de
estrelas, menos bela,
do Pólo fixo,
onde ainda se não sabe,
Que outra terra
comece, ou mar acabe
… così il poeta Camoens nelle Lusiadi, épico poema degli esploratori
portoghesi: niente stelle conosciute o carte nautiche. Mentre le anime inquiete
di Galileo e Copernico scagliavano la coscienza dell’uomo su un
sasso vagante nel cosmo, per mare convivevano sestante e brujula (bussola),
scienza applicata e stregoneria… I viaggi spaziali accompagnano la produzione
fantascientifica del secolo ventesimo, piccola fisiologia dell’oggi. Ai tempi
della Conquista, Hieronymus Bosch fiammingo, ritraeva le fantasie
accese dai racconti dei navigatori di ritorno dal nuovo mondo, i marziani del Giardino
delle Delizie.
Quante ne devono aver sentite le colonne del chiostro del convento di Nossa
Senhora das Neves... La tranquillità di questo luogo è solo un’illusione,
un’elegante messa in scena per turisti fuori dal tempo, che in cerca di pace e
riflessione, nel tentativo di trovar rifugio dalle macabre rovine del
quotidiano si trovano ad avere il loro pensiero sballottato proprio verso gli
inquietanti scenari di oggi. Olinda a ondate ci rigetta sugli scogli del
presente: le guerre di religione, il nuovo ordine mondiale, Islam e
viaggi spaziali. Ma è solo l’inizio, la vertigine è appena agl’inizi, che
Olinda è un fiume in piena.

Fu una spedizione spagnola guidata da Vicente Yáñez Pinzón, già
ufficiale di Cristoforo Colombo, ad attraccare il Cabo de Santo
Agostinho (tre quarti d’ora d’auto a sud d’Olinda), i primi passi
sull’isola di Santa Cruz. Esiste pure una copiosa bibliografia che vuole
irlandesi, vichinghi o addirittura fenici a scoprire per primi il Brasile. Ma
il regno del Portogallo aveva bisogno d’una collocazione temporale altisonante,
emblematica e soprattutto di una spedizione ufficiale lusitana. Così, nella
primavera dell’anno millecinquecento, il regno di Manuel I sbarca sulle
spiagge dell’attuale stato di Bahia, in una spedizione guidata da Pedro
Alvarez Cabral. E se simboli e nomi hanno un senso, pure la denominazione Porto
Seguro lascia indovinare un luogo particolare, una baia sufficientemente al
riparo da accoglienze indigene non proprio pacifiche. Relativamente
tranquille eran pure le tribù che abitavano l’allora Pernambuco: a
partir dalla capitanìa di Duarte Coelho Pereira, non si registreranno
particolari incidenti sul tranquillo morro d’Olinda da cui si dominava
tutta la Costa dos Corais.
Dal trattato di Tordesillas in poi, quei regni d’Europa esclusi da
accordi sanciti da bolla pontificia si sentono in diritto di prendersi pure
loro una fetta di torta. Sono gli ugonotti francesi a tormentare per primi la
tranquillità della corona portoghese. La costituzione delle capitanìe
ereditarie, il conseguente frazionamento del territorio che diede origine agli
stati della federazione brasiliana, rappresenta l’estremo tentativo di Lisbona
di organizzare il territorio ad opporre una resistenza efficace alle
scorribande di quei determinatissimi coloni, molti in fuga da una Francia che
non li voleva. Ugonotti e indios, bizzarra alleanza che diede vita a tormentati
scontri ed infiniti spostamenti percorrendo l’immensa costa brasiliana ai tempi
in cui le frecce avvelenate eran ben più pratiche ed efficaci del corredo
bellico dei tempi: spingarde e polvere da sparo.
Se tupì e guaranìs si rivelarono guide preziose ed
amichevoli, le tribù aimores eran ben più diffidenti nei confronti degli
uomini venuti da Oriente. Fece sicuramente scalpore all’epoca l’uccisione del
potente donatario Francisco Pereira Coutinho, capitano della corona
dell’allora capitale Salvador. Gli indios attaccarono la residenza
presidiata, catturarono il malcapitato e… se lo mangiarono. Osteggiare pratiche
antropofaghe fu primario obiettivo evangelico e missionario. Tapuias,
aruaques, caraíbas... Nessun impero centrale, ma duecento etnie e
centosettanta lingue differenti. Con la denominazione tupi-guaranìs si
intendono quelle tribù che popolavano quasi tutta la costa parlando dialetti
simili: essi rappresentarono perciò l’identità culturale di maggior peso con
cui gli europei si confrontarono.
L’unica risorsa che i lusitani riuscirono a sfruttare nei primi decenni di
colonizzazione, fu il pau brasil, una strana pianta snella e spinosa,
che veniva usata come colorante color brace, da cui l’origine del nome Brasil.
Il nome stesso rimanda perciò all’antica e perversa pratica della
deforestazione, dello sfruttamento e della devastazione del territorio: la terra
do paraiso è legata indissolubilmente alla distruzione della natura, come
da un peccato originale. Del resto basta allontanarsi dalla costa per qualche
chilometro: morbide colline verdi che sembrano Toscana, si ripetono invariate
all’orizzonte, la canna da zucchero pettinata dall’aliseo, ondeggia con
movimenti delicati e armoniosi. Il senso di tranquillità e di pace è turbato
solo dal pensiero che, fin dove lo sguardo si perde, si estendeva sconfinata la
mata atlantica, abitata da indios e fauna selvatica. La visione è ancor
più desolante se veduta dall’alto. Basta fermarsi su una collina per notare i
piccoli villaggi, ciò che resta di piccoli engenhos e, vicino alle
abitazioni, gli avanzi di quella vegetazione lussureggiante, come su un cranio
spelacchiato.

L’allarmistica odierna fatta d’appelli incessanti quanto vani tesi a
proteggere il gran polmone del mondo, il gigante verde che contiene una
quantità non censibile di specie viventi e con essa un quinto dell’acqua dolce
del pianeta, riecheggia sinistra e grottesca alla luce di questa
consapevolezza. La grande foresta si estendeva per tutta la costa dove i tupinambàs
piantavano la manioca, ancora oggi la cultura a fondamento della cucina
brasiliana. L’arbusto produce un tubero dolce di zucchero e velenoso d’acido
cianidrico: va lavorato per divenir commestibile. Gli indios, che vivono di
caccia come gli antichi popoli guerrieri, la coltivano per l’uso limitato alle
proprie necessità. Ai tempi insegnarono ai portoghesi come pulirla ed
essiccarla, ad estrarne la fecola di tapioca, la farina di queste
latitudini. Ancora oggi, gli abitanti delle foreste raccolgono manioca e la
preparono come da sempre i loro padri. Una leggenda indigena dice che la
foresta amazzonica è dove Dio non ha portato a termine la Creazione. Tornerà a
completare la sua opera quando morirà l’ultimo indios.
Darcy Ribeiro differenzia in tre grandi categorie i popoli d’America:
i popoli testimoni, i popoli trapiantati e i popoli nuovi.
Una classificazione che non tiene solo conto delle matrici coloniali e
linguistiche del nuovo continente, ma anche della dinamica interazione fra le
sue diverse culture avvenuta in tempi distanti e con modalità affatto
differenti. Popoli testimoni sono quelle genti del continente americano
fra cui i mesoamericani (gli attuali Messico e America centrale), e gli andini
(Perù, Bolivia, Ecuador, il nord cileno e il sud colombiano) i depositari della
memoria delle antiche civiltà Azteca, Maia e Incas. Le
immense cattedrali cattoliche a Cuzco e Ciudad de Mexico furono
costruite sui templi sacri delle antiche civiltà. Erano intese a sostituire
l’autorità religiosa e a sancire il potere temporale: la nuova classe dirigente
venuta dal mare sostituisce in pochi anni gli antichi re degli imperi del sole.
In Brasile niente di paragonabile. A Olinda la cattedrale del Salvador do
Mundo che domina il morro è misurata e garbata nelle sue
proporzioni, più vicina alle dimensioni delle malocas indios che ai
monumentali templi dello Yucatan.
La Conquista fu possibile attraverso l’arma biologica più devastante a
tutt’oggi mai usata, quella che soldati spagnoli inconsapevolmente si portarono
in corpo. Tifo, colera e malaria, inesauribile fonte di disperazione del vecchio
continente, decimarono la popolazione amerindia prima ancora dell’inizio della Conquista
vera e propria, quella perpetrata con le armi e l’inganno. I grandi saccheggi
d’oro e d’argento che sconvolgevano gli equilibri oriente-occidente
cominciavano a tracciare allora il solco fra il nord e il sud del mondo. A
differenze dei carichi che veleggiavano fra Lisbona e Recife, i bastimenti
dall’eldorado spagnolo viaggiavano necessariamente scortati: subire
un’offensiva di pirati, significava mettere a repentaglio ricchezze
sconvolgenti. Fu l’assalto di una nave carica d’oro a finanziare la prima
spedizione di guerra degli Olandesi in Brasile.
I popoli trapiantati sono quelli del nordamerica, dell’Argentina e
del sud del Brasile; colonizzazione più recente, tutt’altre vicende. Sergio
Buarque de Hollanda nota come nel Brasile del XVII secolo la lingua tupi-guaranì
era quella maggiormente diffusa in Brasile, specie fra i bandeirantes paulista,
brasiliani discendenti da europei già da qualche generazione. Gli indios erano
ammessi agli esercizi pubblici ricoprendo cariche secondarie. Il portoghese era
lingua ufficiale solo per le missive fra le capitanìe e la corona di Lisbona,
per il resto s’insegnava negli istituti religiosi, assieme al latino. Esiste
una stampa che ritrae il potente Mauricio de Nassau danzare in una roda
di tupinambàs. Per fare un paragone, s’immagini un George Washington
che arringa in lingua Pequot i nativi del Massachusett o che
balla in una danza rituale assieme agli indiani. Niente famiglie dalla
granitica fede puritana, la colonizzazione brasiliana era essenzialmente
incombenza maschile. Avventurieri, poveracci e uomini di mal’affare, era già
difficile trovare alti dignitari disposti ai pericoli di terre sconosciute,
figurarsi intere famiglie con tanto di prole: i coloni lusitani s’accoppiano da
subito alle femmine indigene.
E' del tutto naturale (anche se la storiografia ufficiale, quasi mai lascia
trapelare questo significato) che il processo di colonizzazione si sia esperito
attraverso il contatto con i nativi. Così in tutte le latitudini del continente
americano, si "scopre" che, nella fase iniziale, la presenza degli
indigeni e il contatto con i coloni (in nordamerica come in sudamerica) furono
necessari all’esperienza della colonizzazione: è grazie ai nativi che i primi
coloni sono sopravvisuti.
Se i contrasti spinti dai calvinisti francofoni erano simili agli agguati
dei pirati, l’offensiva olandese era guerra in grande stile con implicazioni
politico-strategiche. Si concentrò non tanto sulla capitale politica
dell’Impero del Brasile, quanto sulla sua capitale economica, Olinda appunto.
Dai porti di Recife e di Cabo de Santo Agostinho partivano i bastimenti
carichi di blocchi scuri di zucchero da raffinare, diretti verso i porti d’Amsterdam
e Rotterdam, dove veniva lavorato e distribuito in tutto il vecchio continente.
Ricche casate fiamminghe si trovavano ad avere il monopolio della lavorazione
dello zucchero, complici i commercianti ebrei fuggiti dalla penisola iberica
vittime d’Isabella di Castiglia e dell’Inquisizione. Una volta che il Sant’Uffizio
arriva a Lisbona parte dei sefarditi portoghesi fuggono nel nordeuropa e verso
le coste del Pernambuco a formare la prima comunità giudaica d’America. La sinagoga si
trova ancora in Rua do Bom Jesus, già Rua dos Judeus a Recife.
A partire dal 1591, la Spagna che conquista tutta la penisola iberica,
interdice ai sudditi d’Orange le merci provenienti dal Brasile. La West
Indische Compagnie, la compagnia delle indie occidentali in mano alle
ricche casate olandesi, decide il grande salto: finanziare una guerra per
approvvigionarsi direttamente la materia prima, l’allora unica fonte di
profitti dal Brasile. La flotta di 67 navi, 1100 cannoni e 7000 uomini sbarca
in Pernambuco il 15 febbraio del 1630. La notte successiva, quelle genti
delle regioni settentrionali dei Paesi Bassi neoconvertite al protestantesimo,
scatenano sui templi cattolici d’Olinda la loro offensiva con inusitata
violenza, mettendoli tutti a fuoco.
Sono in molti a vedere nell’affare dello zucchero brasiliano la prima
globalizzazione economica e i prodromi della rivoluzione industriale. L’intera
rete economica era in mano a poche casate che finanziavano produzione,
lavorazione e distribuzione attraverso dei veri e propri consigli azionari (il
consiglio dei XIX). La compagnia fissava il prezzo regolando la produzione
sulla base della richiesta del mercato. Gli engenhos del nordeste
brasileiro, i luoghi di produzione dello zucchero grezzo, costituiscono per
l’occidente i primi stabilimenti di produzione per un mercato di massa.
Esistono descrizioni particolareggiate e rapporti d’analisi economica che, se
non stilati attraverso i nostri attuali istogrammi e fogli di calcolo,
rappresentano i primi consuntivi su stanziamenti, investimenti che la storia
del capitale ricordi: le prime valutazioni sugli accumuli di beni e la
determinazione del loro valore di scambio per un mercato globale.
Concentrati di tecnologia meccanica, queste antiche fabbriche producevano a
getto continuo. La catena di montaggio: l’engenho vero e proprio era
l’ingranaggio che spreme la canna, mosso da un mulino se vicino a una corrente
d’acqua, oppure con pariglie di buoi; il succo che raggiunge la casa de
caldeiras con la fornace che lo cuoce; la casa de purgar dove si
filtra e si raccoglie il prodotto nelle forme; la caixaria dove si
pesano e incassano le forme che escono all’esterno, carrelli e binari, per
l’essicazione al sole. Un engenho di media grandezza poteva produrre
sulle 100 tonnellate di zucchero da raffinare.
Molto dei tratti caratteristici della società brasiliana deriva dalla
società dello zucchero: casa-grande e senzala. Dalla casa-grande
(abitazione, fortezza, ufficio e pousada per gli ospiti) il signore
padrone della terra esercitava il suo controllo, espressione della più rigida
società patriarcale, esigendo sottomissione ed ubbidienza: la donna, i figli, i
dipendenti e gli schiavi. Giunta l’età della ragione il primogenito assume
incarichi secondari e si prepara alla gestione futura dell’impresa, i fratelli
minori parton per l’Europa, seminario o vita accademica: Coimbra,
facoltà di diritto. Dall’altra parte dell’engenho era il complesso senzala,
le povere dimore degli esclusi, dagli schiavi braccianti ai piccoli artigiani,
abitanti di questo doce inferno: l’enghenho era agglomerato
indipendente ed autonomo.
L’amministrazione fiamminga nella zuikerland fu affidata al potente Mauricio
de Nassau, già realizzatore della favolosa reggia degli Orange
all’Aia e del Mauritshuis, ora custode dei capolavori di Vermeer
e Rembrandt. Il suo governo fu improntato ad un’utilitaria tolleranza,
civile e religiosa. Molta parte dell’aristocrazia fondiaria portoghese con le
sue imprese di produzione fu lasciata libera di continuare l’attività, coi dazi
dalla WIC meno gravosi di quelli imposti dalla corona spagnola. La
compagnia delle indie occidentali era nata sulla scia delle esperienze
fiamminghe in oriente, le terre del Borneo di leggendari eroi salgariani. Le
imposte merlate della scarlatta residenza olindense del governatore sulla Rua
Porto Seguro, vicino alla chiesa di São Pedro, tradiscono l’evidente
ispirazione orientale. L’ambizione del governatore fu quella di iniziare in
Pernambuco la dominazione olandese dell’america del Sud: Mauritsstadt la
prima città del Brasile coloniale popolata dai concittadini di Frans Hals
e Geer Geertsz.

Assieme alla costruzione di prestigiosi edifici di rappresentanza (a Recife
l’attuale palazzo del Governo fu sede della prima assemblea rappresentativa di
tutta l’America) Mauricio fece costruire massicce fortificazioni (da
vedere Fort de Bryne a Recife e l’imperioso Forte Orange
nell’isola di Itamaracà) e diede impulso all’artigianato e alla
cartografia. Purtroppo quasi tutte le opere d’arte del periodo della Nieuw
Holland tradotte in Europa furono distrutte poi da incendi, ma piazze,
canali, ponti e palazzi ancora testimoniano la grandeur dei duchi d’Orange e
il loro tentativo di fondare Recife come prima vera città del Brasile. Infatti,
come Olinda, le capitali costiere eran città vuote. Salvador, Rio
Grande (l’odierna Natal), Nossa Senhora das Neves (l’attuale João
Pessoa) e la São Louis dei francesi eran centri amministrativi e di
rappresentanza, sede dei luoghi di culto e delle prestigiose residenze dei
ricchissimi possidenti. Olinda era frequentata nei dì di festa, con
l’aristocrazia a sfoggiare sete e tessuti damascati; dopodichè si ritornava ad
abitare dove ferveva l’attività quotidiana, negli engenhos dell’interno.
In larga misura questa prerogativa si mantiene ancor’oggi: in fondo, a parte
quella terribile notte d’incendi Olinda è sempre rimasta a crogiolarsi nel suo
ozio secolare.

João Maurìcio de Nassau-Siegen tedesco, della potente famiglia Nassau,
famiglia capostipite degli Orange: re, duchi e regine, nobili lignaggi…
Poiché la nobiltà ufficiale è convenzione di poteri forti, postuma revisione
dei vincitori, è bene prestare attenzione a personaggi che non meno hanno
influito sull’esercizio dei vani poteri terreni in questo lembo di mondo, genti
di ben altri blasoni. Col dominio nordeuropeo, la produzione di zucchero ebbe
un’iniezione d’efficienza, mai riscontrata prima. Lo sviluppo produttivo
giustificava un incremento costante delle maestranze e del combustibile
necessario alla produzione e al raccolto. Gli olandesi decidono di
approvvigionarsi anche la fonte d’energia essenziale alla completa
realizzazione del miracolo pernambucano.
Ripetuti attacchi alle coste orientali d’Africa (Benguela, São Tomè, Luanda)
tolgono ai portoghesi il monopolio del carburante (nero il suo colore, ora come
allora) fabbisogno crescente per raccolta e produzione. Ricostruzioni ufficiali
attestano in oltre nove milioni d’unità i coatti dal Senegal, della Costa
d’Avorio, ma soprattutto dalle colonie lusitane d’Angola e Mozambico,
più degli schiavi importati in tutto il resto d’America.
Nove milioni è cifra che rimanda a terribili recenti e più celebrati
olocausti, ma occorre interpretare a dovere questi numeri. Ricostruzioni
stimano attorno ai due milioni gli abitanti del Portogallo ai tempi della
Conquista, più o meno quanto un quartiere dell’odierna metropoli di São Paolo;
cinque milioni si stima furono i nativi del continente sudamericano prima
dell’arrivo degli europei; Recife e Olinda contavano assieme attorno diecimila
anime; l’affollata Firenze di Lorenzaccio non arrivava a sessantamila.
Gli abitanti del nordeste brasileiro, assieme ai grancolombiani
(Venezuela e Colombia) e gli antillani (i caraibi: Cuba, Haiti e Jamaica) sono
i popoli nuovi del continente americano: in una natura tropicale, genti
indigene e popolazioni di differente provenienza danno luogo ad un’esperienza
umana affatto nuova. Sangue e radici si fusero a creare popoli che prima del
XVI secolo non esistevano. A differenza di Cuba o Jamaica, il Brasile non era
colonia di ripopolamento, dove la manodopera veniva importata pure per la
riproduzione e poi esportata nelle piantagioni di Luisiana e Mississipi.
Le navi negriere dirette nei porti di Salvador o Recife portavano il carico di
sofferenza di maschi robusti direttamente dalle coste d’Africa e ritornavano
vuote per nuovi carichi d’uomini.
Durante la traversata oceanica, che durava mediamente 35 giorni, in tanti
morivano di stenti. I sopravvissuti (scritti d’epoca fiamminghi deploravano in
termini di scarso rendimento l’incidenza del 20% di mortalità sulle navi
negriere) venivano accolti nei carceri (come l’attuale edificio Casa da
Cultura in Recife) e poi immessi sul mercato (si veda la loggia del Mercado
da Ribeira in Olinda) attraverso aste pubbliche con tanto di battitore a
fissare la disputa sul prezzo per i mandingo più prestanti o per le
bellezze femminili destinate ai sollazzi notturni delle maestranze bianche
negli engenhos. Giovani lo erano per forza, che a lavorar in piantagione
non si arrivava ai quarant’anni. Essenziale era che quelle povere anime
provenienti dalle medesime tribù, non arrivassero a prender servizio presso la
stessa fazenda, cosa che poteva costituire un pericolo per la stessa:
nella maggior parte dei casi, gli schiavi di un engenho non parlavano
nemmeno la medesima lingua. Ancor’oggi la musica, la danza e le pratiche
animiste, non sono facilmente riconducibili ad uno stesso luogo d’origine. Orixas
e capoeira, elementi di un memoriale non scritto su una mistura di
culture ancestrali, sono l’espressione di un panafricanesimo tutto brasiliano.

A differenza degli indios, per i quali i coloni portoghesi, pur
considerandosi appartenenti ad una stirpe superiore, nutrivano un certo
rispetto, gli schiavi africani erano considerati come capi di bestiame, merce
da sfruttare per tutto l’arco dei pochi anni di stenti nelle piantagioni. Era
considerato riprovevole il legame sanguigno fra nativi e africani, i cablocos
del nordeste brasileiro. L’atteggiamento discriminatorio era
naturalmente pienamente avvallato dalla Chiesa della Conquista, che
peraltro sostenne scontri violenti, nelle missioni gesuitiche delle valli del Paranà,
contro gli stessi portoghesi e spagnoli che avrebbero voluto utilizzare mano
d’opera schiava d’etnia indigena. Tutto questo avveniva lontano dalla placida
operosità delle piantagioni attorno ad Olinda che, fino all’inizio del siglo
de oro, vivono un periodo di prosperità sempre basata sull’odioso
sfruttamento che sopravvisse con ciclica intensità fino al 13 Maggio 1888 (!),
giorno in cui la regina Isabel dichiara formalmente fuorilegge la
pratica della schiavitù.
La più grande minaccia alle pratiche coloniali (in assoluto la più lunga e
significativa rivolta fino alla liberazione di Haiti degli inizi
dell’ottocento) fu senza dubbio l’esperienza del quilombo di Palmares,
località dell’allora Pernambuco (ora nello stato di Alagoas). Gli schiavi più
forti e coraggiosi fuggivano dalle piantagioni per addentrarsi nella foresta
per sopravvivere da uomini liberi in piccole comunità, i quilombos, in
cui tutto era condiviso cibo, armi, riparo e naturalmente la paura di venir
ricatturati. Nessun quilombo riuscì ad arrivare alle dimensioni e
all’importanza di Palmares. Formatosi agli inizi del seicento e
costituito da diversi accampamenti (i mocambos), la Nova Angola
di Palmares ricopriva un’area molto vasta, arrivando a contare decine di
migliaia d’abitanti, fra cui anche bianchi fuggitivi, diseredati e fuorilegge
in cerca di protezione.
Fra le bellissime incisioni cartografiche fiamminghe dell’epoca, una mostra
un nordeste dal profilo ancora incerto con Salvador nella sua Bahia
e, più a nord, la capitanìa del Pernambuco con Olinda e Recife: quel che
spicca all’interno è un enorme spazio denominato Palmares. Sessantasei
furono le spedizioni volte a distruggere quest’ingombrante presidio di libertà;
si susseguirono senza sosta, per circa cent’anni. Sia di corona olandese o
portoghese, ogni governatore pernambucano promosse invano la sua personale
crociata contro i ribelli fino a giungere a contrattare la fine del quilombo
nel 1678 in cambio della libertà di tutti i suoi abitanti.
La possente figura di Zumbi rimane nell’immaginario mitico di
un’esperienza unica: l’eldorado negro del Brasile. Ancora bambino venne
rapito dai portoghesi durante gli scontri e messo sotto la protezione di padre
Antonio Melo che lo battezza: il piccolo Francisco studia portoghese e
latino. In fuga dai conventi gesuiti ritorna al suo quilombo per
diventarne il capo. E’ lui che si opporrà allo scambio proposto nel 1678
dall’allora governatore del Pernambuco Pedro de Almeida: non può
accettare che solo i negri di Palmares vivano da uomini liberi. Solo
l’artiglieria, i cannoni e infine il tradimento poterono finire Zumbi do
Palmares nel 1695. Nella sacrestia del convento di Nossa Senhora das
Neves, ancora si conserva la statua lignea del Sant’Antonio che
proteggeva l’armata reale per l’ultima spedizione di conquista del quilombo.
Ancora oggi c’è chi si chiede le ragioni della cacciata degli Olandesi dal Brasile.
I dirigenti della WIC richiamarono Mauricio in Europa nel 1642
(non ne voleva sapere: rimase ancora due anni ad Olinda prima di partire). Fu
un grande sbaglio perché le autorità rimaste non seppero condurre la colonia
con la stessa autorità ed efficacia. Prima di lasciare il suo regno brasiliano,
con una relazione, il duca d’Orange esortava il consiglio di governo:
…dall’amicizia con gli indios,
dipende in parte, il successo e la conservazione della colonia, e tenendo
questo ben presente, si deve permettere loro di conservare la naturale libertà,
com’io feci liberandone molti di quelli costretti in schiavitù durante il tempo
del Re di Spagna…
Il nuovo governo non segue le raccomandazioni e oltretutto alza le tasse
inimicandosi l’aristocrazia rurale portoghese. Non è un caso che la
schiacciante vittoria di Guararapes (1648) alla periferia sud di Recife
è tutt’oggi celebrata dalle autorità brasiliane. Nella battaglia, in cui le
truppe olandesi erano in gran soprannumero, portoghesi, mamelucos e
indios, si batterono tenacemente fino alla capitolazione del nemico che segnò
l’inizio della fine del dominio olandese in Brasile. Solo sei anni dopo Recife
si arrese dopo un assedio dalla terraferma durato mesi (al momento della resa a
Recife erano rimasti circa 8000 civili, la metà dei quali olandesi, il resto
ebrei e cablocos).
Sergio Buarque de Hollanda nel suo Raizes do Brasil elenca tutta una teoria
di congetture a spiegare il mancato attecchire del dominio nordeuropeo. La
lingua, inanzitutto, considerata troppo astrusa dagli indios; la religione, con
la mancanza di ritualità nel cristianesimo protestante che non riusciva ad
accendere di spiritualità le genti indigene e mal si prestava al sincretismo
animista africano; il clima quente, mal sopportato dai biondi sudditi d’Orange;
e infine una più spiccata tendenza a non mescolarsi con le altre genti (quel
che oggi chiameremmo intolleranza razziale). Molti degli abitanti di Mauritsstadt,
olandesi ed ebrei, salparono alla volta dell’isola di New Amsterdam a cercar
fortuna in quella che i posteri chiameranno Manhattan.
Olinda tornò ad essere la capitale del Pernambuco. Da Recife, la sede del
governo dell’aristocrazia rurale dopo la parentesi olandese ritorna ad Olinda
nel bel palazzo che si affaccia nella Rua São Bento, la strada che
finisce sul portale della bella abbazia benedettina. Una mattina del 1710 a
Recife scoppia la rivolta dei mascates, i venditori ambulanti,
dispregiativo con cui la nobiltà fondiaria nominava tutta l’ormai importante
classe dei nuovi commercianti. La violenta rivolta assunse subito i connotati
dell’eterna lotta di classe, quel fenomeno che dopo ogni infuocato inizio
indossa l’immancabile maschera mistificante: la classe dominante da una parte a
dirigere i tumulti, i poveri dall’altra a lottare per l’affermazione delle
ricche fazioni protettrici.
Il limine del secolo dei lumi riesce fatale ad Olinda. Il rapido declino
segue le scoperte dei diamanti, dei giacimenti auriferi (la corsa all’oro di Minas
Gerais) e la crescente concorrenza dello zucchero antillano. Ormai troppo
distante il Regno del Portogallo continua a sostenere la vecchia aristocrazia
rurale ormai al tramonto, i mazombos, spregiativo usato dalla fazione
dei mascates, con cui si additavano i discendenti dei portoghesi, i criolli
del Brasile. La guerra dos mascates fra le due municipalità di Olinda e
di Recife è il seme per l’affermazione indipendentista che verrà,
l’ascesa dei nuovi poteri forti locali lontani da Lisbona: la nascita del
Brasile post-coloniale.
Con la massiccia migrazione verso altri stati del continente brasiliano il nordeste
comincia a languire di povertà e declino e da lì a poco pure Salvador lascerà a
Rio de Janeiro lo status di capitale. Olinda non si riprenderà più e rimarrà
lontana perfino dalle rotte turistiche, l’oblio come unica vera tutela, fino a
che un’altisonante agenzia delle Nazioni Unite elegge Olinda patrimonio
dell’umanità nel 1982. Arrivano i tributi e i finanziamenti per riparare gli
antichi edifici e i loro tetti: eira, beira e tribeira.
Occorre fare un salto fino agli anni trenta del secolo scorso per trovare
un’altra icona del nordeste brasileiro: memoria nutrita a suon di
leggende popolari, di romanzi, di pellicole e di telenovelas. Il capitan
Lampião, soprannome di Virgulino Ferreira da Silva, violento e
imprendibile furfante che terrorizzò le terre dell’interno, le aride regioni
della caatinga del mitico Sertão. O Rei do Cangaço si
vestiva come tutti gli altri banditi del periodo: giacche e pantaloni robusti,
sandali, cintura di munizioni, Winchester e Mauser semiautomatica
e l’immancabile puzzolente cappello di cuoio da cangaçeiro. Segni
particolari: portava gli occhiali. Come per tutti i miti, i dettagli son fonte
inesauribile d’aneddotica popolare: con quegli occhiali il singolare bandito
non solo leggeva (pratica misconosciuta dalle genti da dove egli proveniva) ma
pure la sua mira era leggendaria.
Il brasile di Getulio Vargas si dimenticò definitivamente del nordeste.
La cronica povertà rurale di queste zone aride, dove a stento (ora come allora)
si sopravviveva coltivando spezie e bestiame, non rientrava nel rilancio
industriale del Brasile moderno. I contadini erano vessati dai proprietari
terrieri e da un’autorità pubblica troppo distante: ordem e progresso.
Come sempre capita in questi casi, sono i frutti patologici di un’umanità
derelitta a ritagliarsi onori e disonori. Gli elementi per la leggenda ci sono
tutti. Virgulino lavora sin da bambino nella piccola fattoria di
famiglia, finchè il padre non gli muore davanti agli occhi, ucciso dalla
polizia. Grande errore dei macacos, gli sbirri che da quel momento in
poi si sogneranno di notte la faccia occhialuta del Lampião: il mite
contadino che si unisce ai cangaçeiros per vendicare il padre.
Di tutti i gruppi di banditi, il suo si rivelò ben presto il più violento.
L’artiglieria veniva regolarmente sottratta all’autorità in scorribande che
interessavano tutti gli stati del nordeste dal Maranhão a Bahia.
Armato fino ai denti, saccheggiava, mutilava, torturava, rapinava e uccideva
uomini e bestiame. Il Lampião non era solo: Maria Déa
soprannominata Maria Bonita, vestiva allo stesso modo e pure con lei era
meglio non scherzare. Il fatto che un soggetto di tal fatta, sia eletto vox
populi, come il Robin Hood del nordeste, dovrebbe far luce
sull’ancor peggiore reputazione dell’autorità costituita da queste parti. Canudos
e Cangaçeiros: tutta una lunga teoria, di briganti e associazioni a
delinquere, di questo “far west” brasiliano denso d’anarchia e di messianisimo.
Un tradimento e l’imboscata fatale: muore Virgulino, dopo circa
vent’anni di taglie sulla sua testa, tradotta a Salvador per esami forensi
(tributo a C.Lombroso dall’Università bahiana) assieme a quella della
sua bella Maria Bonita.
Vale la pena una gita a Cabo de Santo Agostinho. Vicino c’è il nuovo
porto commerciale: ora come allora navi cariche di zucchero e derivati (cachaça
e, da qualche tempo, alcool per autotrazione prodotto nelle usinas, i
moderni engenhos). Agli olandesi occorsero parecchie settimane per
espugnare il Forte Nazarè che proteggeva l’antico scalo. Il
promontorio nasconde la vista verso nord e i grattacieli di Recife sono
visibili solo sul crinale reso insidioso da pietrisco scuro, rotondi sassi di lava,
sedimenti raffreddati con violenza. Per una volta il filo del pensiero non
rimane impigliato al contemporaneo, ma si deposita fra i resti immemori di una
terra non ancora popolata, come fanno i ciottoli con la risacca a riva. Non
esistono vulcani né vivi né spenti nei paraggi: il basalto scuro su quel
crinale è ciò che resta dei cataclismi della crosta terrestre, è la pangea che
si è divisa a generare questa costola d’Africa. Una lapide raccoglie la memoria
del tedesco Alfred Wegener, che per primo si prese la briga di
confrontare questi sedimenti con quelli presenti sulle coste dall’altra parte
dell’oceano.

Links conisigliati:
http://www2.uol.com.br/lampiao/pages/cont5.htm
http://www.colonialvoyage.com/
http://www.vidaslusofonas.pt/zumbi_dos_palmares.htm